martedì 3 maggio 2011

Coazione a ripetersi o a ripetere

E' strano come, analizzandosi dal di fuori, tu riesca a notare che le persone che scegli stiano accanto a te, sotto vari aspetti, si assomiglino tutte, sebbene ciascuno di esse cerchi di rimarcare la propria diversità dall'altra.
E' come se costoro, guardando gli altri da cui vogliono differenziarsi, guardino in realtà loro stessi in uno specchio e non vedendo l'immagine che si aspettano, la rifiutino.
Vedono, forse, come in un gioco di specchi deformanti, riflessi di loro stessi che non amano e che negano appartenere loro.
Ecco, nel corso degli anni hai visto passare di fronte a te, e talvolta sostarti accanto, persone che più o meno avevano caratteri e comportamenti similari e quando ti capitava di parlare di esse con altri, quest'ultimi, sulla base delle tue valutazioni, criticavano i primi, puntando addirittura il dito talora.
E, invece, andando nel profondo, esce subito lampante che la caratteristica che più criticano negli altri è quella che più è presente in essi.
Strana la vita, no?
Probabilmente sei tu quella che attira persone di quel genere, non puoi e non devi pensare che tutte siano uguali.
E allora, evidentemente, devi semplicemente imparare a selezionare meglio chi ti sta intorno e a scansare, oppure a tenerlo a debita distanza.
Perchè accettarli non ti è proprio possibile.

lunedì 2 maggio 2011

Distorsioni mentali

Uso questo blog relativamente poco, sono più un animale da social network, come i miei amici di Facebook non possono non aver notato.
Devo però dire che il social network per eccellenza mi sta abbastanza stancando, nelle sue solite dinamiche.
Persone che si danno del tu immediatamente, che quando si conoscono personalmente sembra che si conoscano da sempre, che però trasferiscono nel mondo concreto gli atteggiamenti e i comportamenti che hanno nel mondo virtuale. Che quando si parlano al telefono, come capita spesso quando si vuole approfondire una conoscenza, specialmente prima dell'incontro vero e proprio, non fanno altro che parlare di quel dato contatto, di quel commento o di quel link messo appositamente per provocare una certa reazione. E poi c'è l'incontro umano, che non fa altro che replicare, de visu, quando scritto al computer o detto al telefono. Punto.
Sembra si sia costruita una vera amicizia, invece non si è costruito un bel niente. Le amicizie, quelle vere, scaturiscono dai piccoli passi nella conoscenza: non basta condividere un certo genere musicale, la passione politica o l'amore per un genere letterario. C'è dell'altro nelle vere amicizie. Quella cosa che ti fa pensare ad un amico anche quando passano mesi (e anche anni) prima di risentirsi o di rivedersi.
E poi, sul social, c'è quella diffidenza di base che incrina anche i rapporti apparentemente più solidi, che li incrina a tal punto che puoi premere anche il tasto "rimuovi".
Rimuoveresti mai un vero amico (ma si può dire "rimuovi" riferito ad un vero amico? non è un soprammobile che sposti dalla vetrina alla mensola) perchè la pensa diversamente da te o perchè tu credi che con quella scelta musicale (magari ha appena messo un cd con delle canzoni che potrebbero lanciare messaggi in codice, come invece si interpretano i link musicali su fb) lui ti abbia voluto lanciare un messaggio, senza dirtelo apertamente?
Non è vera amicizia quella che nasce e si sofferma su Facebook.
La vera amicizia è quella che non ha bisogno di leggere su di una bacheca cosa tu stia facendo, pensando o scrivendo o cosa tu non stia facendo; non ha bisogno di sollecitare con una mail una risposta; ma è quella che ha bisogno di un gesto carino (e non delle mille applicazioni di baci, regali, fiori e altre amenità), di una telefonata, di una visita, anche inaspettata, solo per sapere come va, come si stia, e non perchè da uno status si è capito che qualcosa è accaduto.
La vera amicizia ha bisogno della presenza, soprattutto fisica quando e se possibile.
Il resto è aria fritta. No, sono "contatti", che si scollegheranno, disperdendosi, il giorno in cui chi amministra Facebook (o qualunque altro social network) si stancherà del gioco e ci "rimuoverà".

martedì 23 novembre 2010

Fuoco e profumo

L'amore non è come l'odio.
L'odio si autoalimenta. Parte la scintilla e poi il fuoco arde per sempre, anche senza aggiungere legna.
L'amore no.
L'amore è un fuoco diverso, più delicato. Ha bisogni di legno pregiato, odoroso.
Il profumo dell'amore che arde si avverte anche a distanza.
Una persona innamorata è persa tra le nuvole, scaldata da quel fuoco.
Ma è un fuoco che può spegnersi presto, quando il legno pregiato viene sostituito da trucioli scadenti.
Smette di ardere, si affievolisce, si spegne.
Il profumo diviene ricordo.
Come quelle boccette che per errore restano aperte.
Resta solo il fondo, diverso dalla fragranza che ti aveva portato a scegliere quello, tra tanti.
E ti domandi se quel fondo sia in realtà l'essenza stessa del profumo e se nello sceglierlo hai commesso un errore.
In realtà, forse no. Hai solo dimenticato di chiudere il tappo, di proteggerlo, quel profumo.
Proteggerlo dal tempo e dalla polvere che ne ha sporcato l'essenza.
E allo stesso tempo, il legno pregiato che alimentava il tuo fuoco è finito e non hai tempo nè voglia di cercarne altro.
Così il fuoco si spegne e con esso l'amore, la passione.

Lucca - L'Aquila e ritorno.

Partenza h. 7.30, un po' in ritardo a dire il vero. Siamo in cinque, pronti a vedere cosa è successo e se è cambiato qualcosa da allora. Tra di noi c'è chi ha prestato aiuto sul posto un mese dopo l'evento e quindi è mosso anche dalla curiosità di vedere se e come ci siano stati cambiamenti.
Arriviamo verso le 11.10, tempo grigio e freddino, ma almeno non piove.
Una prima impressione non appena arriviamo a L'Aquila, quando l'amico Paolo ci fa fare un piccolo giro della città, è che ci troviamo di fronte ad una città fantasma. Le case sono piene di crepe, muri crollati, intimità della vita privata violata e mostrata come in vetrina. Le case, i palazzi che di sabato mattina dovrebbero brulicare di persone, di voci, di rumori sono invece spettralmente silenziose e vuote.
Ci avviamo verso il luogo di partenza del corteo. Siamo in anticipo, facciamo quindi un breve giro sulle vie limitrofe e la sensazione di ghost town aumenta. Sembra di essere a Pompei, la vita si è fermata alle 3.32. Panni stesi sui balconi, piante che invadono le macerie e ciò che resta di muri e palazzi, tende che svettano da finestre aperte ad ogni intemperia. Silenzio, assenza di ogni vita all'interno. Siamo sgomenti ed attoniti.
Inizia il corteo. Ovviamente manca chi pensa che qui sia tutto a posto o chi ha ancora la lingua sporca del deretano del Gran Capo o del Suo Gran Visir, a cui ha dato la cittadinanza onoraria. Cittadinanza onoraria di paesi fantasma, probabilmente.
Qualche personalità politica di spicco nazionale, che rilascia interviste o si fa fotografare, ma nulla più. L'attenzione è tutta sulla città e sui suoi abitanti.
Il corteo procede in religioso silenzio.
Ecco, è il silenzio di questa manifestazione la cosa che colpisce di più a me ed ai miei quattro compagni di viaggio. Percorriamo le vie martoriate, case abbattute, macerie, sembra di stare di fronte ad una catastrofe nucleare, per certi versi. La Casa dello Studente, le foto di chi non c'è più. Negozi svuotati, ci sono solo le insegne. Pubblicità paradossali invitano a comprare cose di cui queste persone non hanno assolutamente bisogno. Ponteggi lucidissimi, ma piazzati così come per mostrare che qualcosa eppur pare si muova. Invece ci muoviamo solo noi e chi si sta prodigando da quel giorno affinchè L'Aquila torni a volare.
Arriviamo alla fine del corteo. Ci avviciniamo sotto al palco, ma poi ci dirigiamo diretti verso il tendone ove si raccolgono le firme per la legge di iniziativa popolare. E' quello il nostro scopo ulteriore, oltre a vedere con i nostri occhi. E' la nostra firma che conta. Non solo essere arrivati fin qui.
Una marea di gente è con noi. Gente che addirittura litiga per firmare. Per un posto in coda. Alla fine, ad una persona che si lamenta per il tempo occorrente rispondo "ma perchè, cos'hai da fare? sei venuta da Ravenna per questo no? Aspetta e vedrai che poi tocca pure a te." La persona ci pensa su e poi ride, dandomi ragione.
Finita la fila, firmiamo, poi salutiamo il nostro gentile ospite e ritorniamo al parcheggio dove avevamo lasciato l'auto. Commentiamo l'esperienza, con amarezza per quanto abbiamo visto, ma anche con la consapevolezza di aver ricevuto una lezione di straordinaria dignità umana e di grandissimo amore verso la propria terra.
Affrontiamo l'autostrada verso casa, progettando cosa accadrà a Lucca ad inizio dicembre.
L'Aquila chiama Italia. Lucca risponde.

sabato 23 ottobre 2010

La valigia

Non sono fatta per restare fissa in un luogo. Me ne rendo conto.
Da quando ho lasciato casa dei miei, ormai un secolo fa (quindici anni fa) non sento di essere più legata a nessun posto.
Mi sento sempre pronta ad andare via, a fuggire forse da un qualcosa che non mi appartiene.
Non passa settimana che non progetti uno spostamento, anche breve, anche di un solo weekend. Anche da sola, in compagnia di un buon libro da leggere in treno, in pace.
Non so come facciano quelle persone che non amano viaggiare, che sentono la necessità di infilarsi in casa, nella città dove sono nati e guardano con sospetto chi invece non si dà pace.
Ecco, non mi do pace, forse.
Ma non sopporterei l'idea di restare ferma in un solo luogo tutta una vita.
L'unica cosa che mi frena, per il momento, sono le bambine.
Stanno bene qui? ed allora restiamo qui.
Ma se si dovesse ravvisare l'opportunità, me ne andrei senza dubbio.
Dove? non so, forse vicino al mare.
O in una città d'arte. Ma non questa dove vivo.
Una un po' più grande, con una mentalità più aperta e disponibile agli altri, ai "forestieri piovuti", come dicono qui.
Io sono "piovuta", ma non mi assimilo, come la pioggia, al terreno.
Anzi, cerco, come un piccolo fiume, il mio mare. Mare che ancora forse non conosco.
E così mi sento sempre pronta a preparare una valigia.
La mia valigia preferita, infatti, non è mai riposta in qualche luogo della mia casa, da riprendere l'estate successiva o alle prossime ferie.
E' invece sempre lì, pronta, addirittura con qualche cosa già all'interno, disponibile ad ogni occorrenza eventuale.
E non è detto che presto non l'accontenti.
Magari in un'altra vita passata sono stata un navigante e mi è rimasto questo ricordo.
Non so, ma la mia valigia è lì e mi aspetta.